
University of Hawaii. Licensing e proof of concept.
Nel dibattito sul caso Bio-On una frase è tornata spesso, in forme diverse: la tecnologia non esisteva. È un'affermazione netta, e per questo, va misurata con ciò che le università, gli uffici di trasferimento tecnologico e i laboratori fanno quando credono che una tecnologia esista abbastanza da poterla licenziare. Le università non concedono licenze esclusive globali per un'idea vaga. Concedono diritti su invenzioni brevettate, su processi descritti, su risultati di laboratorio che un ufficio di technology transfer ha già valutato come trasferibili. Non è una garanzia di successo industriale. È, però, un atto formale: una istituzione con regole proprie e un mandato pubblico, ha deciso che quel sapere valeva la pena di essere messo sul mercato. La domanda quindi è molto più semplice: se la tecnologia non esisteva, perché l'Università delle Hawaii la concesse in licenza, rinnovò la collaborazione per anni e accettò nuovi finanziamenti di ricerca?
Chi è il Prof. Jian Yu
Il Prof. Jian Yu è un ingegnere biochimico. Si laurea in Cina, ottiene il dottorato all'Università della British Columbia nel 1991, insegna a Hong Kong e, dal 2001, lavora all'Hawaii Natural Energy Institute dell'Università delle Hawaii a Mānoa, all'interno della School of Ocean and Earth Science and Technology. Il suo campo non è la comunicazione aziendale. È il bioprocess engineering: pretrattamento delle biomasse, fermentazione microbica, disegno dei bioreattori, produzione di chimica verde, plastiche e combustibili da fonti rinnovabili. Nel curriculum pubblico dell'HNEI figura come autore di decine di articoli peer-reviewed e titolare di brevetti successivamente concessi in licenza a imprese.
Il punto di partenza della sua ricerca sui PHA è concreto. Hong Kong prima, le Hawaii poi, condividono un problema: rifiuti organici, spazio limitato, oceano vicino. Yu lavora su un processo in cui microrganismi convertono scarti — melassa, glicerolo da biodiesel, polpa di barbabietola, residui alimentari, più tardi materiali lignocellulosici — in poliidrossialcanoati, biopolimeri che si comportano come le plastiche da petrolio ma si degradano in anidride carbonica e acqua.
Non è una scoperta isolata. I PHA sono noti dalla dimostrazione di Maurice Lemoigne nel 1926. Ciò che Yu brevetta e scala è un percorso di processo: come alimentare i batteri con materie prime a basso costo, come progettare il fermentatore, come recuperare il polimero, come ragionare sul passaggio dal laboratorio all'impianto pilota.
Prima di Bio-On: la licenza del 2003
Nel marzo 2003 l'Office of Technology Transfer and Economic Development dell'Università delle Hawaii (UH) firma un accordo di licenza con una società di Hong Kong. L'oggetto è una tecnologia brevettata da UH, sviluppata da Yu, che usa la fermentazione per convertire rifiuti organici in bioplastiche e fertilizzanti organici. La licenza è territoriale: Hong Kong, Macao e Repubblica Popolare Cinese. Prevede fee iniziale, royalties sulle vendite, diritto di sublicenza e rimborso dei costi di prosecuzione dei brevetti.
L'università, in altri termini, non sta «prestando un nome». Sta trasferendo un diritto su un'invenzione che ritiene già sufficientemente descritta da poter essere sfruttata da un soggetto industriale, con un corrispettivo e con obblighi di sviluppo. Questo precedente è importante, per inquadrare il nostro caso, per una ragione semplice: quando, alcuni anni dopo, Bio-On entra in rapporto con UH, sta avvicinando un gruppo che ha già percorso il tragitto dal paper al brevetto, dal brevetto alla licenza, dalla licenza al disegno di un pilota.
C'è anche un dettaglio umano, che non compare nei comunicati ma aiuta a capire perché quella collaborazione tenne. Yu accettò di lavorare con un gruppo italiano, e di venire in Italia, perché considerava il nostro Paese un punto di riferimento mondiale della fermentazione industriale: una tradizione che va dalle cantine e dai caseifici fino alla chimica fine e agli antibiotici. Per un ricercatore che passava la vita sui bioreattori, non era folklore. Era un criterio tecnico. Se doveva uscire dal laboratorio di Honolulu e vedere un processo prendere forma in officina, l'Italia gli sembrava il posto giusto.
Che cosa è, in pratica, una licenza universitaria
Una licenza di technology transfer non si limita all'emissione di un comunicato stampa. È un contratto. L'università resta titolare del brevetto. Il licenziatario ottiene il diritto — esclusivo o non esclusivo, territoriale o globale — di usare, sviluppare e, in certi casi, sublicenziare quella tecnologia. In cambio paga direttamente del denaro o finanzia ricerca ulteriore, si impegna a commercializzare o almeno a non lasciare dormire il titolo. Per una start-up, questo schema ha un senso preciso. Non deve reinventare una tecnologia, ma acquisisce una base già protetta per portarla in un contesto industriale diverso, aggiungere know-how proprio e, se il modello è quello di una intellectual property company, rivendere a terzi il diritto di usare il processo (IP business model).
Nel caso Bio-On i documenti pubblici dell'università e i comunicati del 2015 dicono tre cose, tutte verificabili:
primo, UH ha concesso alla società la licenza esclusiva globale di due brevetti per la produzione di bioplastiche da rifiuti domestici;
secondo, la collaborazione di ricerca è descritta come attiva dal 2008;
terzo, Bio-On ha finanziato il laboratorio di Yu per anni, prima con circa 1,6 milioni di dollari in sette anni, poi con un ulteriore contratto da 1,4 milioni di dollari firmato il 1° settembre 2015.
Il curriculum di Yu elenca i progetti con importi e date: produzione di PHA da polpa di barbabietola, da melassa di canna, da glicerolo grezzo, disegno di un impianto pilota di fermentazione e recupero, e infine il programma 2015-2020 sui PHA da biomassa. Accanto ai contratti figurano report tecnici intestati a Bio-On s.r.l., Bologna: non interviste, ma relazioni di progetto.
Proof of concept: che cosa si stava cercando di dimostrare
«Proof of concept» è un'espressione abusata. In ingegneria di processo indica qualcosa di più sobrio: la dimostrazione che un'idea di laboratorio sopravvive al primo salto di scala. Non è ancora pronta per la fabbrica, ma si tratta del passaggio in cui si verifica se il ceppo, il terreno, il bioreattore e il recupero del polimero tengono insieme fuori dalla beuta. Nel percorso UH–Bio-On questa prova si articola su più livelli, nessuno dei quali va confuso con la produzione a regime:
Il rettore di UH Mānoa, Robert Bley-Vroman, nel comunicato del 2015 parla di un materiale con potenziale scientifico e industriale e accetta l'investimento nei laboratori HNEI. Yu, nello stesso annuncio, collega il nuovo finanziamento a «una cooperazione di successo in più progetti negli ultimi sette anni». Queste frasi non dicono che il business plan italiano fosse solido, né che il mercato dei PHA fosse maturo, né che il ramp-up di Castel San Pietro sarebbe stato lineare. Documentano in modo incontrovertibile che l'università che deteneva i brevetti ha continuato a lavorare con il licenziatario e a farsi pagare per farlo.
Che cosa una licenza non dimostra
Va detto con la stessa chiarezza che una licenza universitaria non certifica il valore di Borsa. Così come non garantisce che un impianto da migliaia di tonnellate all'anno parta in tempo, non sostituisce clienti, working capital, governance. Dalla licenza non si evince se i ricavi da licenza iscritti in bilancio fossero contabilizzati nel modo corretto: quello è un tema che indagheremo successivamente, e che merita articoli appositi. La licenza in essere tra UH e Bio-On dimostra che la premessa «la tecnologia non esisteva» entra in conflitto con atti pubblici di un ateneo statunitense: brevetti, office of technology transfer, contratti di ricerca pluriennali, report di progetto, visite reciproche, un secondo investimento da 1,4 milioni di dollari a metà del 2015. Esistenza della tecnologia e successo dell'impresa sono due domande distinte. Confonderle è il modo più rapido per non capire né l'una né l'altra.
Una cronologia minima, per orientarsi
2001 — Yu entra all'HNEI. Il tema è già la conversione di scarti in PHA.
2003 — UH licenzia la tecnologia a I-PHA BioPolymers per Cina, Hong Kong e Macao. Si parla di pilota e di Yu come chief scientist.
2008 circa — inizia, da fonti UH e Bio-On, la collaborazione con la società italiana. Nello stesso periodo Yu produce report su PHA da polpa di barbabietola.
2009-2013 — report a Bio-On su pilota, melassa, glicerolo. Visita di Yu a Minerbio. Finanziamenti cumulati indicati da UH in 1,6 milioni di dollari in sette anni.
1° settembre 2015 — contratto esclusivo globale di ricerca da 1,4 milioni di dollari. UH conferma la licenza esclusiva globale di due brevetti su bioplastiche da rifiuti domestici.
2015-2020 — nel CV di Yu il progetto «PHA bioplastics from biomass» figura con Bio-On come finanziatore per 1.419.011 dollari.

pict 24_ slide show impianto pilota Bio-On Minerbio (dal 2010)
Una conclusione, per ora, solo documentale
Se la tecnologia non fosse esistita, l'Università delle Hawaii non avrebbe avuto nulla da licenziare nel 2003, nulla da estendere a un licenziatario italiano, nulla da finanziare di nuovo nel 2015. Un ateneo può certamente sbagliare una previsione di mercato, ma non firma, di norma, licenze esclusive globali e contratti per milioni di dollari senza una base concreta. La collaborazione con il Prof. Yu non chiude - da sola - tutti i dubbi sul caso Bio-On ma certamente ci aiuta a inquadrare la vicenda da un corretto punto di vista: da una tecnologia reale, in uno stadio intermedio fra laboratorio e industria, su cui un'università ha messo il proprio nome e i propri brevetti. Il resto — impianti, conti, mercato, short seller, processo — viene dopo. E va letto dopo.
Documenti e fonti consultabili
01_Comunicato University of Hawaiʻi System News, 10 settembre 2015: Researcher's work in bioplastics leads to $1.4 million contract.
02_Comunicato UH, 3 marzo 2003: UH Signs Technology License Agreement with I-PHA BioPolymers Ltd. of Hong Kong.
03_Curriculum vitae pubblico di Jian Yu, Hawaii Natural Energy Institute (progetti, importi, report a Bio-On).
04_bioplastics MAGAZINE, 1° settembre 2015; Hawaii Business Magazine, novembre 2015; comunicato congiunto Bio-On / UH del 1° settembre 2015.
05_Allegati pubblicati in articolo #02: licenza Università delle Hawaii (8 febbraio 2008, versione pubblica); CV e brevetti di Jian Yu; Documento di Ammissione AIM, parte tecnica.
06_ presentazione UH tecnologia per BIO-ON (Bio-on 22Jan2010 ABSTRACT)
07_sviluppo tecnologia e impianto pilota MINERBIO Bologna ITALY (Techint MINERBIO-PHA - MASTER copia)
08_altri accordi con UH elenco completo
09_album fotografico di alcune foto dei laboratori UH per sviluppo prodotti BIO-ON
10_LINK OTTED
11_DOCUMETI INGEGNERISTICI TECHINT SVILUPPATI SU COLLABORAZIONE UH-BIO-ON 11.1 - 11.2 - 11.3 - 11.4
Chi siamo e chi ha scritto questo articolo
Per comprendere il dossier BIO-ON nella sua attualità e complessità, è necessario riflettere su un fatto: negli anni, questa vicenda è stata raccontata attraverso migliaia di articoli, servizi televisivi, commenti e pubblici dibattiti. Molto meno spazio è stato dedicato alla consultazione diretta dei documenti che hanno accompagnato la nascita, lo sviluppo e le successive vicende della società. Da questa considerazione è nato un progetto editoriale con un obiettivo preciso: raccogliere, ordinare e rendere accessibili i principali documenti relativi al caso Bio-on, accompagnandoli con articoli di carattere divulgativo che ne facilitino la lettura e la comprensione. L'iniziativa "Capire il caso BIO-ON" - stimolata da un nutrito numero di piccoli investitori ex BIO-ON - ha dato vita a una redazione composta da professionisti con esperienze in ambiti differenti – industria, università, innovazione, finanza, diritto, ricerca scientifica e comunicazione – che collaborano a titolo volontaristico alla selezione delle fonti, alla verifica della documentazione e alla redazione degli articoli. La scelta editoriale è semplice: ogni approfondimento parte solo da documenti. Per questo motivo, ogni articolo è accompagnato, quando possibile, dai materiali originali utilizzati, affinché ogni lettore possa consultarli liberamente, direttamente e gratuitamente, e formarsi una propria opinione indipendente. Il progetto non si propone di sostituire il lavoro della Magistratura, degli organi di vigilanza, degli studiosi o dei mezzi di informazione, bensì di offrire uno spazio nel quale documenti, dati e fonti possano essere letti con il tempo e l'attenzione che una vicenda così complessa merita.